Il web artigianale è il vero internet aperto, quindi finanzialo
Siti personali e piccoli progetti indipendenti sono ciò che resta dello spirito del web aperto. Aspettare che le piattaforme migliorino è una scommessa persa: i lettori sostengano direttamente chi crea.
Immagine generata con l'IA
L'internet aperto è morto, o siamo noi che siamo rimasti nella stanza sbagliata? Più leggiamo sullo stato del web, più propendiamo per la seconda ipotesi. Il meglio della rete non è sparito. Ha lasciato il feed e non tornerà da solo.
Lo spunto per questa rubrica è un articolo di Time Extension intitolato «It's Tough Out There, So Check Out These Amazing Websites». La sua risposta non è aggiustare le piattaforme, ma indicare siti che meritano una visita. Tra questi c'è Retro Dodo, che la testata dice di aver citato spesso come fonte e descrive come un portale di retrogaming attraente e ricco di contenuti. È un modo molto vecchia scuola di reagire a un brutto momento: indichi chi lavora bene e dici «andate là».
Aspettare che le piattaforme migliorino non è una strategia
Basta guardare cosa dicono gli editori indipendenti del proprio traffico. In un rapporto 2025 sul web indie, l'autore di Cybercultural descrive un anno in cui i riassunti dell'IA hanno eroso il traffico dai motori di ricerca e i social hanno proseguito la loro guerra contro i link. L'autore osserva che la maggior parte dei grandi servizi social (Facebook, X, Threads, LinkedIn e altri) ora penalizza i link, e che i passaggi in prima pagina su Hacker News hanno rappresentato circa l'85% del traffico social del sito. Google Discover, intanto, ha mandato la miseria di 112 clic in tutto l'anno.
Non sono piattaforme sul punto di riformarsi. Sono sistemi i cui incentivi, a nostro avviso, consistono nel tenerti dentro. Non vediamo alcuna ragione commerciale per cui debbano cambiare rotta, e questa è la nostra opinione, non una previsione. Il lettore che «aspetta che le cose migliorino» vota di fatto per lo status quo.
Il web indie è il successore, non un numero nostalgico
È facile liquidare tutto come una festa in costume di fine anni Novanta. L'articolo di New Public sul web indie descrive in effetti un'estetica fatta di gif, cursori stravaganti e siti personali. Ma guardate cosa ritiene importante: un'esplorazione lenta e intenzionale guidata dalla curiosità e la libertà da branding, crescita e monetizzazione. Daniel Murray, che gestisce Melonking, dice di aver voluto programmarlo male e riempirlo di immagini di bassa qualità. Non è un business plan. È l'aspetto di uno spazio creativo quando nessuno lo ottimizza.
È anche un territorio familiare per noi. La demoscene ha sempre funzionato così: fatta da appassionati, condivisa negli incontri, apprezzata per la maestria più che per la portata. I principi della community IndieWeb sono quasi un manifesto di quella cultura: possedere il proprio dominio, pubblicare prima di tutto sul proprio sito, tenere i propri contenuti. Organizza inoltre incontri, l'Homebrew Website Club e l'IndieWebCamp, di due giorni. Un movimento che tiene eventi veri, invece di limitarsi a parlare di sé online, almeno prova a essere una comunità e non un pubblico.
Sostienilo, ma senza far finta che sia puro
Le sfumature contano. Neppure gli amici del movimento si accordano sui termini. La stessa voce della wiki di IndieWeb sul small web ammette che l'espressione è vaga e usata per progetti diversi, e un critico citato lì definisce l'hosting su server altrui «digital green-washing». Dan Q, reagendo all'articolo di New Public, nota l'ironia di leggere un elogio del web indie su Substack, una piattaforma in cui altri controllano la tua presenza.
Crediamo che questa ironia sia un tratto del momento, non una confutazione. I test di purezza sono un lusso; chi fa le cose migliori lavora con ciò che ha. L'autore di Cybercultural sta persino valutando di trasformare ogni serie di post in un libro autopubblicato, ragionando sul fatto che i libri hanno per natura una vita più lunga dei siti. Gli oggetti fisici, a quanto pare, possono essere una strategia di conservazione.
Cosa dovrebbe fare, allora, un lettore curioso? Il nostro parere, in termini pratici:
- Iscriviti direttamente: RSS, newsletter dal dominio dell'autore, abbonamento a una rivista cartacea.
- Metti link con generosità. I link sono la moneta che gli algoritmi si rifiutano di pagare.
- Dona o compra qualcosa di piccolo. La stessa IndieWeb indica merchandising e donazioni su Open Collective come modi per aiutare.
- Crea una pagina tua, per quanto brutta. «HTML is still good», come dice una frase citata nella pagina della wiki sul small web, ed è difficile dargli torto.
Verdetto
L'internet cupo esiste, ma «internet» è sempre stato un plurale. Il web artigianale dei siti personali non sostituirà i giganti e, come nota New Public, se diventasse mainstream non sarebbe più piccolo né indie. Va bene così. Non ha bisogno di vincere. Deve sopravvivere, e la sopravvivenza dipende da lettori che si comportino meno da utenti e più da mecenati. Scegli questa settimana tre siti indipendenti, iscriviti dove la piattaforma non può strozzarti e manda un link a qualcuno. È tutto il programma, ed è più efficace di qualsiasi attesa passiva.
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